Bologna, 1 giugno 2002
1. Introduzione
Ogni cultura può influenzare in modo positivo o negativo l'origine e il decorso dei disturbi psichici. Fattori culturali possono giocare un ruolo importante sullo sviluppo della personalità e quindi anche sui disturbi della personalità
2. Le virtù e il bene comune
In un'analisi del concetto di cura e salute dell'anima secondo Platone il filosofo Giovanni Reale nota che "Uno dei termini, squisitamente greci, più difficili da intendere per l'uomo di oggi è quello di arete" (p. 261). Reale richiama l'etimologia del corrispondente latino di arete, virtus, che deriva dalla radice vir, cioé uomo, non semplicemente come membro del genere umano, ma come individuo che ha messo in atto certe potenzialità e che ha coltivato quelle proprietà che gli consentono di raggiungere un fine preciso. In altri termini solo l'esercizio delle virtù può fare di un essere umano un vir.
Il filosofo Alasdair MacIntyre ritiene che la crisi della modernità abbia un'origine morale e consista proprio nel progressivo distacco dalla teoria delle virtù determinato a sua volta da una crisi della visione dell'uomo. Venuto a mancare il consenso sulla natura dell'uomo e sul suo fine, si cade inevitabilmente nel relativismo. Mancando un punto di riferimento chiaro, un fine unitario, l'esistenza rischia di dissolversi in una serie di ambiti (come quello professionale, familiare, del tempo libero ), se non in episodi isolati (relazioni interpersonali che possono ridursi a meri incontri), che non devono essere inseriti in un progetto esistenziale orientato verso un fine, ma il cui senso si esaurisce nell'episodio stesso.
Se non è possibile stabilire se un'azione sia moralmente migliore di un'altra, è comprensibile che l'individuo scelga l'azione più comoda e per lui più piacevole. Il sé e la sua realizzazione si ergono a criteri assoluti, che non possono essere subordinati a niente e a nessuno. L'amore di sé, legittimo e anche doveroso, se eccessivo diventa culto di sé. Padri e Dottori della Chiesa alla luce della Rivelazione, ma anche sulla scorta della filosofia antica, hanno distinto queste due forme dell'amore di sé, chiamato in greco filautía.
Platone aveva affermato "La gran parte degli uomini ha nella sua anima fin dalla nascita il peggiore dei vizi [...]. E con ciò intendo riferirmi al principio - peraltro è del tutto logico che così debba essere - secondo cui ogni uomo è portato per natura ad amare se stesso. Di fatto, però, causa di tutti i vizi per ognuno di noi è il più delle volte una forma eccessiva di questo amore di sé, perché se è vero che l'amante ama ciecamente l'oggetto amato, è anche vero che per questo egli non valuta in maniera esatta il giusto, il bene e il male" (Platone Leggi V, 731 D-E, p. 1547). San Paolo descrivendo la condizione dell'uomo negli ultimi tempi e le sue caratteristiche negative annovera al primo posto l'egoismo (2 Tm, 3, 2). Per S. Massimo Confessore la filautía è legittima se collegata all'amore di Dio, filotea, e all'amore per il prossimo, filantropia (cfr. Hausherr, pp. 155-156). I Padri della Chiesa hanno visto nell'eccessivo amore di sé il primo momento di squilibrio interiore, l'origine di tutti i vizi. Solo l'eccessivo amore di sé porta all'attaccamento a valori e beni terreni, come la gloria, la ricchezza e il piacere. Giovanni Damasceno sostiene: "Quelli che fanno tutto per se stessi realizzano l'amore di sé, il più grande di tutti i mali. Di qui viene l'inciviltà, la mancanza di socievolezza, l'incapacità di avere amicizie, l'ingiustizia, l'empietà. La natura ha plasmato l'uomo non come un animale selvatico, ma come un essere socievole, civile, perché non viva soltanto per se stesso ma anche per il padre, la madre, i fratelli, i figli, gli altri parenti e amici, per il suo popolo e la sua tribù, per la sua patria e i suoi simili, per tutti gli uomini; e ancora per le diverse regioni dell'universo, per il mondo intero, e ben prima di tutto questo, per il Dio e Creatore" (cit. in Hausherr, p. 59).
E' importante sottolineare il fatto che la pratica delle virtù per secoli non è stata una questione puramente religiosa. Non solo la fede ma anche la ragione vede nell'eccessivo amore di sé il più grande di tutti i mali, la causa più importante di quel disordine interiore dell'anima che anche per la filosofia classica ostacola il raggiungimento di una vita equilibrata, sana e felice.
3. Psicologia umanistica
Negli ultimi secoli la filosofia ha perso parte del suo prestigio. L'uomo moderno si attende una risposta ai propri problemi piuttosto dalla psicologia. Purtroppo però molte scuole psicologiche moderne, come la psicologia umanistica, indulgono spesso a una visione naturalistica dell'uomo.
Per Carl Rogers, uno dei maggiori esponenti della psicologia umanistica, realtà e natura sono il risultato di un processo vitale, di un flusso mutevole in cui niente è statico, questo vale anche per l'uomo. "Nel fluttuare della complessa corrente della mia esperienza, e nello sforzo di comprendere la complessità continuamente mutevole, non possono esistere posizioni rigide. Quando sono in grado di vivere nel corso del processo non potrò mantenere alcun sistema di credenze, nessun insieme immutabile di principi. [...]. Credo sia chiaro che non c'è alcuna filosofia, o ideologia, o insieme di principi che io possa indicare agli altri e persuaderli ad accogliere e a professare" (Rogers, 1961, p. 45). In questo processo dinamico non esistono leggi o principi fissi ai quali l'uomo possa ispirarsi. La trasmissione di conoscenze, tradizione ed educazione, otterrebbe il solo risultato di condizionare il comportamento dell'individuo, di estraniarlo dalla sua situazione attuale prospettandogli soluzioni inadeguate, ció che determina una scissione fra consapevolezza, il sé cosciente, e organismo biologico. Tale estraniamento per Rogers non è naturale "è invece qualcosa di appreso e a un grado particolarmente elevato nella nostra cultura occidentale" (Rogers, 1977, p. 218).
Anche un altro importante rappresentante della psicologia umanistica, Erich Fromm, stigmatizza l'imposizione di norme dettate da altri, cioé l'eteronomia, che influenzerebbe negativamente lo sviluppo individuale. L'uomo dovrebbe invece potersi sviluppare in modo autonomo, cioé ciascuno dovrebbe essere legislatore di sé: "Tutti i dati di cui disponiamo stanno a indicare che l'interferenza eteronoma con il processo di crescita del bambino e dell'adolescente costituisce la radice più profonda della psicopatologia e soprattutto della distruttività" (Fromm, 1976, p. 94). Fromm esaspera il rapporto fra natura e cultura, trasformandolo in una contrapposizione inconciliabile e interpreta tanto l'aggressività e la distruttività umane quanto la patologia psichica come risultato di una interferenza educativa che ha impedito uno sviluppo spontaneo dell'individuo. Questo comporta una critica radicale dei valori trasmessi dalla cultura e dall'educazione correnti, .
"Le nostre motivazioni, idee e credenze consce sono un miscuglio di false informazioni, preconcetti, impulsi irrazionali, razionalizzazioni, pregiudizi, sul quale galleggiano brandelli di verità dando la sicurezza, per quanto illusoria, che l'intera mistura sia reale e vera. L'attività pensante cerca di organizzare questa cloaca di illusioni secondo le leggi della logica e della plausibilità" (Fromm, 1976, p. 112).
4. La disubbedienza diventa un valore in sé
La psicologia umanistica pretende quindi che ciascun individuo sviluppi il suo potenziale indipendentemente da consuetudini e leggi, e lo vuole aiutare a prendere le distanze da norme e valori, a superare la paura di trasgredire prescrizioni e ad affidarsi invece ai propri sentimenti. La disubbidienza diventa un valore in sé: "Si deve ricordare che, secondo i miti ebraici e greci, la storia umana iniziò con un atto di disubbidienza. Quando Adamo ed Eva vivevano nel giardino dell'Eden, facevano ancora parte della natura, come il feto nel grembo della madre. [...] Il loro atto di disubbidienza spezzò il legame originario con la natura e li rese individui. La disubbidienza fu il primo atto di libertà, l'inizio della storia umana. Prometeo, rubando il fuoco agli dèi, è un altro dissidente che disubbidisce. [...] L'uomo ha continuato a progredire con atti di disubbidienza non solo nel senso che la sua evoluzione spirituale fu resa possibile da individui che osarono dire "no" alle forze che volevano sostituirsi alla loro coscienza o alla loro fede. La sua evoluzione intellettuale dipese anche dalla capacità di disubbidire" (Fromm, 1962, pp. 193-194).
A questa eloquente descrizione di Fromm dovrebbe essere aggiunto un riferimento al prologo in cielo, al non serviam.
"La persona psicologicamente matura ha fiducia nelle direzioni indicate dai processi organici interiori e, poiché la coscienza non è più in opposizione ma in accordo con essi, è in grado di affrontare l'esistenza, e le sfide che essa pone, in modo totale, unificato, integrato, adattativo e sempre mutevole" (Rogers, 1977, p. 219).
Si possono riscontrare analogie anche tra queste teorie della psicologia umanistica e terapie centrate sul corpo. Anche queste ultime si propongono di controbilanciare l'influenza negativa dell'educazione, di eliminare "meccanismi di difesa", permettendo la libera espressione di pulsioni somatiche e di sentimenti.
5. Selfismo e Narcisismo
Il primato dell'autonomia, dell'autorealizzazione e dell'amore di sé porta al culto di sé, a una concezione che lo psichiatra americano Paul Vitz ha definito "selfismo", dal termine inglese self. "Sembra che per i sostenitori del selfismo non esistano doveri, negazioni, inibizioni o limitazioni accettabili, ma soltanto diritti e opportunità di cambiamento. La grande maggioranza dei "selfisti" presuppone che non vi siano relazioni morali o interpersonali invariabili, né aspetti permanenti negli individui. Tutto è scritto sulla sabbia da un io in continuo mutamento" (Paul Vitz, p. 42).
Già in secoli passati la filautía è stata raffigurata da Narciso che si innamora della propria immagine riflessa. In effetti il mito di Narciso, incapace di instaurare un rapporto autentico e vitale con la realtà, si presta a descrivere l'eccessivo amore di sé. Il narcisismo è uno dei problemi della società moderna, della persona che pensa solo a sé stessa, alla propria autorealizzazione, che ha difficoltà ad adattarsi alle necessità degli altri e tende quindi a restare o a diventare single. L'incapacità a instaurare rapporti stabili con il proprio prossimo, con l'ambiente, con un'attività lavorativa, visti solo come legami e condizionamenti, determina l'instabilità della persona, che si lascia guidare da umori momentanei piuttosto che da prospettive a lunga scadenza. Questo modello d'uomo corrisponde a certe tendenze della cultura moderna, che vedono nella società non un insieme di corpi intermedi (come famiglia, parrocchia, ordine professionale), bensì come qualcosa di astratto costituito da individui uguali, interscambiabili.
L'eccessivo amore di sé, come suggerisce il mito di Narciso, ha un effetto paradossale, snatura l'amore, trasforma le forze di autoconservazione nel loro contrario: "Ed è per una ferrea ed intrinseca necessità che l'uomo, non amando nulla come ama se stesso, esaurisce e sovverte l'intimo senso dell'amore di sé, come d'ogni altro amore. E questo senso intimo consiste in una funzione di conservazione, di attuazione e di compimento. Funzione questa che è retaggio esclusivo di quell'amore di sé, generoso e non egoistico, che non appetisce ciecamente se stesso, ma tende ad armonizzare l'io e il mondo, fisso lo sguardo alle vera realtà di Dio" (Pieper, p. 19).
6 Accidia
Una conseguenza importante del narcisismo è costituita dall'accidia (Cfr. p. es. Bunge). L'eccessivo amore di sé non può che lasciare insoddisfatti. La capacità di amare non può essere appagata da un oggetto così limitato come il proprio Io, per cui è inevitabile che l'inappagamento provochi profonda insoddisfazione, noia, delusione, vuoto interiore, tristezza, tedio. Contemporaneamente vengono a mancare motivazioni per l'azione, non si riesce a vedere il senso e l'obbiettivo di certe attività, per cui l'impegno e gli sforzi relativi non appaiono giustificati (cfr. Jehl, p. 223).
Questa condizione ha anche altre conseguenze: la scarsa capacità di sopportazione e la mancanza di perseveranza provocano frequenti cambiamenti, instabilità emotiva, volubilità. La scarsa capacità di sopportazione nei confronti del dolore e della sofferenza porta a una apprensione eccessiva per la propria salute, all'abuso di medicinali, soprattutto analgesici e tranquillanti.
L'insoddisfazione con se stessi porta a stati di prostrazione, nei quali manca la tensione interiore verso una meta e nei quali ci si lascia andare, oppure a momenti di agitazione e di attivismo, anche di tipo consumistico. Ma anche questi tentativi di colmare il vuoto interiore con l'attivismo e con l'evasione sono destinati a fallire. Non trovando la pace dentro di sé la si cerca all'esterno (cfr. Jehl p. 227). Il passo successivo è il tentativo di manipolare la percezione tanto del proprio corpo quanto della realtà per mezzo della droga. La droga può rappresentare l'apoteosi di questa fuga dalla realtà, di questo ripiegamento narcisistico su stessi e in una realtà virtuale.
I vari esempi tratti anche dall'antichità indicano chiaramente che il narcisismo, nelle sue varie forme e con tutte le sue conseguenze, rappresenta un problema profondamente umano, da cui nessuno può ritenersi esente. D'altra parte la cultura contemporanea offre scarsi rimedi contro il narcisismo, per cui patologie psichiche relative hanno acquistato negli ultimi decenni una rilevanza sempre maggiore.
E' auspicabile che proprio l'attenzione a questo tipo di patologia aiuti a comprenderne la dipendenza da determinati modelli d'uomo e quindi a suscitare un atteggiamento critico nei loro confronti.
Si apre qui un campo d'azione per lo psichiatra cattolico: la possibilità di inquadrare alla luce della tradizione cristiana, teologica e spirituale, fenomeni che vengono descritti dalla psichiatria. Conciliando fede e ragione diventa possibile recuperare le conoscenze e la sapienza di una tradizione spirituale millenaria ed esprimerle e formularle in termini razionali, rendendole accessibili e proficue anche per il non credente. Il confronto con le scuole di spiritualità offre poi allo psichiatra cattolico la possibilità di scoprire nuovi approcci terapeutici (cfr. Larchet 1992 e 1997).
Bibliografia
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Id., Avere o essere? [1976]. Trad. it., Mondadori, Milano 1996.
Hausherr Irénée, Philautía. Dall'amore di sé alla carità. Trad. it., Edizioni Qiqajon. Comunità di Bose, Magnano (BI) 1999.
Jehl Rainer. Melancholie und Acedia. Ein Beitrag zur Anthropologie und Ethik Bonaventuras [Melancolia e accidia. Un contributo all'antropologia e all'etica di Bonaventura]. Schöningh, Paderborn 1984.
Larchet Jean-Claude, Thérapeutique des maladies mentales. L'expérience de l'Orient chrétien des premiers siècles. Cerf, Parigi 1992.
Id., Thérapeutique des maladies spirituelles. Une introduction à la tradition ascétique de l'Église orthodoxe. 3a ed. riveduta e corretta, Cerf, Parigi 1997
MacIntyre Alasdair, Dopo la virtù. Saggio di teoria morale. Trad.it., Feltrinelli, Milano 1988.
Pieper Josef, Sulla temperanza. Trad. it., Morcelliana, Brescia 1965.
Platone, Leggi in Id. Tutti gli scritti. A cura di Giovanni Reale. Rusconi, Milano 1991, pp. 1448-1766.
Reale Giovanni, Corpo anima e salute. Il concetto di uomo da Omero a Platone. Raffaello Cortina, Milano 1999.
Rogers Carl R., La "Terapia centrata-sul-cliente". Teoria e ricerca [1961]. Trad. it., Psycho di G. Martinelli, Firenze 1994.
Id., Potere personale. La forza interiore e il suo effetto rivoluzionario [1977]. Trad. it., Astrolabio, Roma 1978.
Vitz Paul, Psicologia e culto di sé. Studio critico. Trad. it., Edizioni Dehoniane Bologna, 1987.