Raffaele Pansini
Professore Emerito di Patologia Medica e Clinica Medica dell’Università di Ferrara
Commemorazione del prof. Gioan Battista Dell’Acqua nel centenario della nascita
Cattedrale di Ferrara, 13 febbraio 2001
Gioan Battista Dell’Acqua, mio caro Maestro, aveva avuto in sorte tre doti: una mente ampia, un cuore grandissimo e la tempra fisica del lottatore. L’ampiezza della mente significò per lui sempre la ricerca e la scoperta del nuovo e rappresentò quindi per tutta la sua vita una specie di tormento; la grandezza del suo cuore ebbe applicazione vicino al malato in un’epoca in cui la medicina era molto diversa da quella che è oggi perché infinitamente più umana nel rapporto tra medico e paziente. La sua tempra fisica rappresentò l’altra caratteristica che lo aiutò a realizzare tutto quello che si propose: molto, nella vita di un uomo. Tutto questo disegnò in lui un temperamento speciale; e di temperamenti se ne intendeva, perché da giovane era cresciuto alla scuola di un grande maestro: Giacinto Viola, clinico medico a Bologna, il padre della costituzionalistica, vale a dire dello studio delle individualità, fisiche e psicofisiche, dell’uomo. Ed era stata, quella vicino a Viola, un’attività che gli sarebbe servita per tutta la vita per conoscere appieno gli uomini nel loro aspetto esteriore e nel loro più recondito fondo morale nella vita di ogni giorno. Morto Viola, divenne aiuto di Gasbarrini nella Clinica Medica di Bologna: Gasbarrini, un altro grande clinico e anche un grande cattolico: tanto che divenne archiatra pontificio. Nella Clinica Medica di Bologna ebbe subito il titolo di primo aiuto, e non per semplice questione di anzianità, ma perché di quella clinica era l’anima, conosceva tutto, conosceva tutti, e specialmente voleva essere sempre il primo a visitare chiunque fosse ricorso al ricovero. Perché la natura gli aveva dato in più un sesto senso: quello che, attingendo alla sua cultura tedesca, lui chiamava l’augenblick, l’attimo della diagnosi, che non è di tutti, ma solo dei grandi clinici e che gli consentiva di riconoscere quello che agli altri invece non riusciva. Nella Clinica Medica di Bologna lo incontrai a cavallo del ’43 - ’44 (del tutto digiuno di medicina perché ero tornato da poco dalla Russia dove avevo combattuto con gli Alpini) e viste com’erano le sue abitudini gli stavo accanto più che potevo, in silenzio, ascoltando e memorizzando, tutte le modalità con cui si sviluppava la sua esperienza e la sua applicazione di medico su ogni ammalato. E lui mi aveva notato, pure in silenzio, perché era di poche parole, parlava solo con gli occhi. Così bravo com’era meritò la cattedra universitaria a Cagliari. Allora fu "alea iacta" per lui, ed "alea iacta" per chi lo seguì, ed eravamo in due: io e Antonio Masoni. Arrivammo a Cagliari in un mare tempestoso, poi dovemmo affrontare lo sguardo dei sardi all’inizio severo, immobile, chiuso; poi piano piano, aperto, amichevole, affettuoso. E a Cagliari trovammo Piero Pellegrini. In quella piccola città, in un ospedale primitivo, Dell’Acqua trovò la scintilla per una idea originalissima: quella dei bioritmi, reconditi, allora più o meno sconosciuti, che portano avanti le tappe della nostra esistenza, e che possono divenire biopatoritmi, quando influenzano l’andamento delle malattie e che oggi vengono compresi nell’ambito della cronobiologia, settore scientifico in cui Gioan Battista Dell’Acqua è stato primo in Italia, fra i primi in Europa e nel mondo.
Ma Dell’Acqua per il suo temperamento era un innovatore, un organizzatore, aveva bisogno di spazi, della sensazione di muoversi e di far muovere: e allora in quel piccolo ospedale cagliaritano senza sviluppi, in una città ancora reduce dalle ferite della guerra, non rimanemmo molto. Lui si guardò in giro alla ricerca di una zona che avrebbe potuto rispondere di più alle sue aspirazioni e alle sue capacità organizzative e allora "precipitammo" giù, fino a Bari: perché in quella città, ancora ferma sotto la scossa della guerra, esisteva in potenza un policlinico, con gran parte delle costruzioni ancora vuote. Ci assegnarono un grande edificio e in pochi mesi ne venne fuori un Istituto di Patologia Medica d’avanguardia. Lì ci fermammo sette anni durante i quali Dell’Acqua realizzò il primo miracolismo medico della Puglia. Si era sparsa la voce che venivamo da Bologna; egli fu una calamita per tutti i medici e per tutte le Patologie di quella regione. Affrontava tutti e tutto senza paura di critiche, proprio grazie a quell’augenblick che gli consentiva di vedere subito il tipo di malato e il tipo di malattia. A noi giovani a Bari si era aggiunto un "quarto moschettiere": Giovanni Gambassi, che oggi non c’è più. A Bari ciascuno di noi sulla guida, sull’esempio della attività travolgente del Maestro organizzò pian piano la propria individualità di ricercatore, di didatta, di medico. Ciascuno, lungo la strada che lui, attento esaminatore delle capacità individuali degli uomini, aveva previsto. E così sono nati il Masoni cardiologo, il Pellegrini reumatologo, il Gambassi metabolico e il sottoscritto medico interno globale per sempre.
Ma poi piano piano emerse nel Maestro il richiamo del Nord, un richiamo che sapeva di infinita nostalgia: non bastavano più il mare e il cielo della Puglia e il trionfo clinico personale e quello della scuola che veniva su rapidamente. Egli allora si guardò in giro; puntò all’inizio su Bologna, ma con il suo grande senso pratico afferrò che il grande domani sarebbe stato altrove per lui e per noi con lui. E così riscoperse la piccola Ferrara, piccola, ma grandissima per cose belle. Gli era rimasta nel cuore perché durante gli anni duri e pericolosi della guerra già vi aveva esercitato l’incarico di Patologia Medica. Qui ritrovò alcuni che con lui erano già stati, primo fra tutti Alberto Farinelli. E incominciò così nel 1955 la storia di Dell’Acqua e della sua scuola in questa città. L’Arcispedale Sant’Anna, ricco di tradizioni era però da un punto di vista funzionale (stiamo parlando di cinquant’anni fa) un insieme di grandi stanze degne di un lazzaretto manzoniano. Anche a noi toccò una sistemazione di quel genere, che però fu utilissima per il gran numero di malati che potevamo vedere, e vederli secondo lo schema che il Maestro ci aveva insegnato. Ma lui, Dell’Acqua, guardandosi attorno si ritrovò troppo stretto in quel vecchio arcispedale: aveva bisogno di poter realizzare qualcosa di nuovo e di grande e allora mirò al rettorato che fu subito suo; ed appena Rettore ebbe subito una iniziativa che andava d’accordo con il suo carattere: prelevò il vecchio rettorato dalle anguste camere di palazzo Paradiso e lo trapiantò (è il termine esatto) nella magnifica architettura di quello di Renata di Francia. Però diede a quel passaggio un significato particolare: convocò tutti rettori di tutte le università e il capo dello Stato e Ferrara visse così la sua prima magnifica completa giornata Universitaria. Ma anche il rettorato ad un certo punto non gli fu più sufficiente: aveva bisogno di altro spazio. E allora, guardando lontano, puntò verso una meta meravigliosa perché tutta nuova, autentico modello: l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, gemmazione di quella milanese di Padre Agostino Gemelli. Però con la generosità del suo animo e la sua grande coscienziosità prima di lasciar Ferrara volle che in essa rimanesse la sua impronta: portò me in cattedra, preparò un passo analogo per Pellegrini, diede a Masoni la singolare investitura di primo primario cardiologo ospedaliero, mi affidò Fersini e si portò dietro Gambassi. E nell’Università Cattolica di Roma operò un grande trapianto di scuola: anche là vicino a lui in molti raggiunsero la meta della cattedra.
Ad un certo punto con il passare del tempo suonò anche per lui la campana avvilente del passaggio in "fuori ruolo". Non voleva crederci, al punto tale che si ripresentò al mattino successivo come tutte le mattine a "far la visita" (come amava dire): e ci volle del bello e del buono per convincerlo che come fuori ruolo non poteva più farla.
Quando sentì, da buon clinico, anche su se stesso, che si avvicinava l’ora, tra le incombenze testamentarie che affidò ai suoi figli, ce ne fu una che riguardava la mia persona. Quando Egli mancò mi consegnarono una strana cosa: era un vecchio, vecchissimo sigillo; il sigillo di Giacinto Viola, il suo maestro, e lo fece consegnare a me, suo primo cattedratico, come indice di continuità della scuola, la tradizione più eccellente della vita universitaria.
Quando la stessa campana del passaggio in fuori ruolo suonò anche per me, Dell’Acqua, nonostante l’età, eravamo nel 1990, ritornò a Ferrara per farmi festa in occasione dell’ultima mia lezione di clinico. Ma tra le parole che disse c’erano anche espressioni che traducevano come la piccola ma bellissima Ferrara gli fosse rimasta nel cuore.
Quel sigillo di Viola doveva rimanere sul mio tavolo di lavoro, e lì rimase. L’altro giorno, quando la cortesia dell’Associazione dei Medici Cattolici di Ferrara mi chiese di richiamare qualche ricordo sul mio maestro Dell’Acqua, accettai, per afferrare la possibilità di confessare di fronte a tutti la mia infinita riconoscenza a questo grande uomo, a questo grande medico, a questo grande cattedratico, aggiungendo qui ora, sulla guida della fede e della speranza cristiane, anche un "arrivederci maestro".