Associazione Medici Cattolici Italiani

Sezione di Ferrara


 

3 febbraio 2002

Convegno organizzato dal Servizio di Accoglienza alla Vita di Ferrara
La casa dell'uomo e per l'uomo

Sala Estense - Ferrara


Intervento della prof. Laura Boccenti Invernizzi, docente di Filosofia - Milano

 

Prima di parlare delle "case" che accolgono l’uomo mi sembra metodologicamente necessario prendere in considerazione quella posizione culturale presente in modo dominante nell’attuale società occidentale che afferma l’impossibilità di conoscere la verità delle cose. E questo per almeno due motivi.

In primo luogo perché se questa affermazione fosse vera anche la verità sull’uomo e sulla famiglia verrebbe ridimensionata, verrebbe cioè ridotta a opinione soggettiva o a verità confessionale e sarebbe quindi impossibile fondare un’etica che proponga valori universali e non negoziabili.

Il secondo motivo è legato alla crisi profonda che attraversa la nostra cultura originando innumerevoli sofferenze, un fatto questo su cui nessuno ha il diritto di chiudere gli occhi.

L’ enciclica Evangelium vitae afferma che la crisi della cultura genera "scetticismo sui fondamenti stessi del sapere e dell’etica e rende sempre più difficile cogliere con chiarezza il senso dell’uomo, dei suoi diritti e dei suoi doveri" tanto che "gli attentati alla vita tendono a perdere nella coscienza collettiva il carattere di delitto e ad assumere paradossalmente quello del diritto" (n.11).

Secolarizzazione e nichilismo

Sembra che il tempo presente sia il tempo del nichilismo derivante della crisi della secolarizzazione. Secolarizzazione sta qui ad indicare il passaggio da un’interpretazione della realtà in chiave religiosa ad una in chiave atea o agnostica e quindi da una cultura religiosa a una cultura irreligiosa o areligiosa.

Ogni cultura è espressione di un processo che parte dall’assunzione delle domande fondamentali che l’uomo si pone (sul senso dell’esistenza, sulla realtà e sul suo fondamento) e poi traduce i giudizi formulati su tali questioni in una visione del mondo a cui dà corpo incarnando tali giudizi in una civiltà per mezzo dei concreti rapporti che gli uomini stabiliscono con la realtà: le religioni, le istituzioni politiche e giuridiche, le arti, l’economia, le scienze, in una parola tutte le manifestazioni concrete dell’agire umano sono espressioni concrete e storiche, "incarnazioni" appunto, dei giudizi espressi sulle questioni fondamentali; tali giudizi infatti non possono rimanere chiusi nell’intelletto, ma diventano comportamento e gesto alimentando la manifestazione esterna della cultura.

I molteplici rapporti che vengono posti in essere dalla comunità di uomini in ogni tempo storico possono essere ridotti a tre relazioni fondamentali:

  1. Il rapporto tra uomo e Dio
  2. Il rapporto che l’uomo istituisce con gli altri uomini
  3. Il rapporto tra uomo e mondo fisico

Nell’antichità e nel medioevo la cultura occidentale è sostanzialmente realista, nel senso che non mette in dubbio la capacità del pensiero di conoscere l’essere e su questo fondamento edifica ogni conoscenza successiva.

La scoperta e l’incontro con la verità dell’essere è possibile solo a patto che si realizzino alcune condizioni; l’essere infatti non si concede in modo immediato alla presa della ragione, perché il fondamento della verità non è concettuale, ma è costituito dalla realtà stessa che si mostra donandosi.

In questo mostrarsi dell’essere è racchiusa una richiesta che viene fatta all’uomo, quella di porre il fondamento della propria conoscenza fuori di sé, in una realtà che è stata trovata e che quindi non dipende nella sua struttura ontologica dal pensiero e dalla volontà dell’uomo.

Perciò nella ricerca della verità è fondamentale l’atteggiamento che guida l’attività conoscitiva, se cioè si è disposti o non si è disposti ad accettare il fatto della trascendenza dell’essere.

La disposizione dell’uomo che accompagna la conoscenza si esprime come "stupore di fronte all’essere" o "sospetto di fronte all’essere".

Lo stupore manifesta l’assenso implicito della volontà di accogliere la realtà nella sua condizione di evidenza trovata, è l’atteggiamento che assume la coscienza quando essa:

  1. accetta di essersi trovata come già posta insieme al resto del mondo
  2. con una struttura e delle capacità determinate
  3. in una relazione originaria e costitutiva con la realtà

Lo stupore di fronte all’essere è recta ratio. Qui l’uomo trova la sua grandezza che sta nella capacità di riconoscere e accogliere la luce che risplende in lui senza essere da lui.

In questa situazione la ragione rivela la propria capacità di accogliere il senso delle cose, capacità che, con un termine filosofico, possiamo definire metafisica.

La metafisica non s’identifica con un sistema filosofico, essa si costituisce quando la ragione, partendo da un evento sensibile perviene al suo significato sovrasensibile. Così ad es. Platone nel Fedone presenta due diversi piani di risposta alla domanda sul motivo della prigionia di Socrate: i filosofi naturalisti dicono che Socrate è in carcere perché ha un corpo capace di camminare che gli ha permesso di recarvisi. Questa però è solo la causa fisica della presenza di Socrate in carcere, la causa vera è la volontà di bene di Socrate che lo induce ad accettare la sentenza dell’autorità; tale causa non può essere percepita con i sensi, i sensi percepiscono solo i suoi effetti, essa tuttavia non solo è reale, ma è anche il senso profondo dell’avvenimento.

Quando l’uomo riconosce l’esistenza di una natura e quindi di una verità dell’essere che lo trascende è di fatto, per questo stesso riconoscimento, aperto a Dio come causa dell’essere dell’uomo e del mondo.

Quando l’uomo invece rifiuta il fatto di essersi trovato come posto e di essere, grazie alla propria "natura" (participio futuro del verbo "nasci" –nascere-; per cui il significato è "ciò che le cose sono capaci di essere e di fare per nascita") capace di cogliere il senso della realtà, compie di fatto una scelta contro il fondamento, una scelta intimamente antireligiosa.

La chiusura verso l’essere diventa rifiuto, poi sospetto e, talvolta, risentimento di fronte alla natura.

Alla radice del rifiuto della propria struttura ontologica c’è la rivendicazione di un’autosufficienza assoluta.

Tale rivendicazione è illusoria e illegittima; illusoria perché nessun uomo è causa del proprio essere, illegittima perché la scelta di accogliere l’evidenza o di negarla non ha lo stesso peso davanti alla coscienza e quindi non è moralmente neutra.

Il processo di secolarizzazione si avvia quando nel rapporto tra l’uomo e la realtà inizia ad affermarsi l’opzione antireligiosa, che prende la forma del rifiuto di riconoscere la strutturale apertura del pensiero all’essere e quindi del rifiuto di cogliere attraverso la realtà sensibile il significato essenziale e metastorico delle cose.

In altri termini l’ateismo non si manifesta e non si sostanzia nella negazione della religione rivelata, ma nella sua riduzione alla sfera del soggettivo e quindi dell’opinabile conseguente alla rottura operata dalla modernità con la metafisica.

La ragione sganciata dall’essere non riesce e non può trovare un fondamento riconosciuto da tutti perché essa stessa ha ridotto la verità a opinione soggettiva.

Il primo esito del pensiero secolarizzato e depotenziato è costituito dalle ideologie. Il naufragio storico delle ideologie ha condotto al loro abbandono.

Anche qui tuttavia ciò che è stato abbandonato è il contenuto dell’ideologia (la lotta di classe come motore della storia, il superuomo…), non è stata invece abbandonata l’idea della potenza senza regola della ragione, la ragione come possibilità infinita di porre significati e valori: in ciò sta l’essenza dell’attuale nichilismo.

Il nichilismo è una catastrofe culturale nel senso non solo di esito infausto e rovinoso, ma anche di capovolgimento e negazione del significato stesso di cultura, esso presenta le caratteristiche della non-cultura e dell’ anti-cultura.

La cultura infatti non è mai eticamente neutra, il suo valore sta nella capacità di aiutare l’uomo a diventare sé stesso, esprimendo le potenzialità presenti nella propria natura; essa è quindi necessariamente in relazione con la verità su Dio, sull’uomo e sul mondo.

L’essere dell’uomo infatti è teso verso il compimento, aspira al raggiungimento del bene che lo renda felice, quando si nega la possibilità di accesso razionale alla verità, si nega anche all’uomo la possibilità del compimento.

La catastrofe culturale si colloca così all’origine della "catastrofe antropologica".

Uomo, comunione e comunità

La dimensione della dipendenza dall’essere svela all’uomo che la forma del suo stesso essere è "dialogo", e le realtà con cui è in dialogo sono quelle con cui si trova originariamente costituito in relazione.

L’uomo è capace di dialogare con l’essere con tutte le proprie facoltà, quelle somatico-vegetative, quelle psico-emotive e quelle razionali-volitive, ma deve apprendere il linguaggio del dialogo.

La comunione di persone che accoglie il piccolo d’uomo quando nasce e gli consente di apprendere questo linguaggio è la famiglia.

Nella famiglia il bambino è inserito in una relazione interpersonale attraverso cui struttura il suo rapporto con l’essere e perciò la relazione familiare è una relazione educativa.

La realtà che rende possibile l’educazione dell’uomo è la sua aspirazione al compimento, il suo essere infatti è orientato verso qualcosa che attende, ma che ignora; se l’uomo non si trovasse in questa situazione la stessa idea di cammino verso il compimento non avrebbe senso.

Il desiderio di felicità che permette la crescita dell’uomo non può essere soddisfatto da un oggetto, esso deriva dal bisogno, che è solo dell’uomo, di essere riconosciuto da un altro uomo; il valore ricercato in questa relazione è la stessa comunione interpersonale. Riconoscere l’altro come soggetto significa avvedersi che l’altro ha il nostro stesso valore personale, significa apprezzare il senso dell’essere dell’altro e, con ciò stesso, operarne il consolidamento.

Dalla qualità del riconoscimento che un uomo riceve dipende lo sviluppo dell’identità personale.

Per raggiungere la maturità della coscienza è infatti necessario che l’uomo conosca sé stesso e la conoscenza di sé avviene attraverso un processo di autoidentificazione che si realizza attraverso il rapporto con l’altro.

Il desiderio di riconoscimento è desiderio di un rapporto con altre libertà , più precisamente, è bisogno dell’altro come libertà.

Su questo punto il filosofo Francesco Botturi scrive: "L’uomo viene alla luce in un altro uomo: in questa metafora si fondono un significato fisico(la generazione biologica) e uno metafisico (la generazione all’identità e alle capacità operative del soggetto in quanto tale)"

L’educazione dell’uomo è fondamentalmente educazione della libertà ed educazione alla libertà.

Mentre l’individuo animale è totalmente sottoposto alla sua natura e quindi i suoi atti dipendono dall’istinto, nell’uomo la natura è sottoposta all’autodeterminazione, cioè dipende dalla decisione dell’uomo.

Autodeterminazione significa due cose:

  1. io stesso decido ( e qui s’identifica con la scoperta della libertà)
  2. io decido di me stesso ( e qui s’identifica con la scoperta dell’oggettivazione dell’io: quando voglio qualcosa specifico il mio io divenendo qualcuno attraverso il valore scelto; questo si realizza attraverso l’integrazione delle potenze somatico-vegetative, pasico-emotive e razionali-volitive nell’unità della persona

Mediante il riconoscimento vengono attivate le capacità di scelta: l’esperienza di essere oggetto di elezione da parte di un’altra libertà suscita l’energia di ricambiare e quindi di attuare il contenuto della scelta libera.

Alla base dell’origine, dello sviluppo e della formazione della persona c’è l’esperienza della libertà dell’altro come beneficio per me.

Un uomo può assumersi il compito della propria libertà nella misura in cui ha trovato una libertà che lo ha accolto non in una generica relazione emotiva, ma consegnandogli il compito di attuare la sua verità di persona, perciò si può dire che l’uomo ha bisogno del riconoscimento non per essere persona, ma per esistere da persona.

La comunità che accoglie l’uomo ha lo scopo di porre il soggetto nella condizione di diventare a sua volta capace di offrire sé stesso in dono.

Questa dinamica è possibile solo grazie al "clima" creato dal riconoscimento, in quanto in esso si realizza l’accoglienza e la trasmissione delle risposte alle domande fondamentali dell’uomo.

Le "forme morali" si trasmettono attraverso la narrazione di sé e della propria esperienza e così consentono la "tradizione" di una cultura; la famiglia educando trasmette cultura.

Anche le comunità successive alla famiglia in cui il valore ricercato non è l’uomo in quanto tale, ma un bene esterno a lui devono rispettare la dinamica del riconoscimento: l’azione di più uomini deve esprimere mediante la partecipazione la verità della persona umana e quindi consentire la manifestazione della razionalità, libertà e capacità d’integrazione.

La partecipazione dà vita a tutta una serie di rapporti che diventano strutture e istituzioni che possono essere descritte come una serie di cerchi concentrici che si allargano dalla persona umana e, attraverso la famiglia, le aggregazioni sociali, economiche, politiche e religiose, vanno a costituire la società.

Le relazioni sociali sono segnate dalla cultura di cui sono espressione, esse tuttavia al di là di tutti i mutamenti storici, devono mantenere la "verità" della comunità che consiste appunto nel permettere alla persona di realizzarsi mediante la partecipazione mentre tende al bene comune.

La partecipazione non è semplice cooperazione, ma è possibilità di mantenere nell’azione comune il valore personalistico del proprio atto.

Il valore personale dell’atto è un’espressione essenziale del valore della persona, è nell’agire infatti che si manifesta l’autodeterminazione e la capacità d’integrazione sia fisica che psichica.

In conclusione sembra che per superare la "catastrofe antropologica"sia necessario fondare una cultura centrata sulla verità dell’uomo; tale verità può essere riconosciuta solo quando l’uomo accetta di porsi in un atteggiamento contemplativo capace di cogliere nella forma dell’essere la gloria oggettiva di Dio, come gloria del fondamento che s’irraggia.

Bibliografia

Karol Wojtyla, Persona e atto,Libreria Editrice Vaticana

Francesco Botturi, Desiderio e verità, Editrice Massimo

Idem, Libertà e formazione morale, in AA.VV., Alla ricerca delle parole perdute, Piemme


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