Associazione Medici Cattolici Italiani

Sezione di Ferrara



Prima Giornata di Studi
L'istituzione familiare e il suo ruolo nella società umana

organizzato dall'Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio
in collaborazione con il Centro di Consulenza "Gastone Lambertini" del SAV di Ferrara
e con l'Associazione Genitori "Luigi e Zelia Martin"
1 marzo 2003

La famiglia per la persona
Marco Invernizzi

"L’uomo non è immagine di Dio solo in forza della sua umanità, ma lo diventa altresì in forza della communio personarum tra uomo e donna", scrive mons. Angelo Scola, Patriarca di Venezia (Introduzione al primo ciclo, in Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano, Città Nuova-Libreria editrice Vaticana, Roma 1992, p. 28).

Chiamati, attraverso il dono reciproco di sé, a diventare una "sola carne", a essere immagine di Dio appunto, attraverso il loro matrimonio un uomo e una donna costituiscono una famiglia, dove la persona viene accolta, introdotta e preparata alla vita, educata ad affrontare e ad assumersi le responsabilità nella vita pubblica che le competono in quanto persona chiamata a vivere e a operare nella comunità civile.

Così infatti ha previsto il disegno di Dio, nato dall’amore per gli uomini e dal desiderio di comunicare loro la gioia eterna, la felicità senza fine della visione beatifica di Dio. E’ quanto coglie la ragione umana, che osserva la natura dell’uomo, quando scopre il vero significato del corpo dell’uomo e della donna e riflette su come il valore delle civiltà possa essere valutato anche in base al rispetto per il ruolo pubblico di questa cellula originaria e fondante della società che appunto è la famiglia fondata sul matrimonio, sull’unione per sempre di un uomo e di una donna.

La Sacra Scrittura descrive questa verità fondamentale e originaria nel libro della Genesi, nei due racconti cosiddetti "elohista" e "jahvista", dal nome che viene rispettivamente attribuito a Dio nei due testi, appunto Elohim o Jahvè. Leggiamo infatti nel primo racconto, che la critica biblica ritiene cronologicamente posteriore al secondo, che
"Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò"
(Gn, 1, 27),
mentre il secondo narra come la donna sia stata tratta dall’uomo perché quest’ultimo non aveva trovato nelle altre creature "un aiuto che gli fosse simile.

"Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
"Questa volta essa
è carne della mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta.
Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna"
(Gn, 2, 20-25).

Questo dunque il disegno originario divino. Lo ricorda anche Gesù rispondendo ai farisei che gli ricordavano come Mosè avesse concesso la possibilità di rimandare o ripudiare la moglie: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così" (Mt 19, 8)

C’è dunque una verità originaria cui attenersi, una verità da comprendere e quindi da spiegare all’uomo contemporaneo. Infatti, il peccato originale e la conseguente debolezza dell’uomo hanno reso difficile questa comprensione. L’uomo, soprattutto l’uomo moderno, culturalmente privato di una certa dimestichezza con la metafisica e con la presenza dell’eterno nella vita quotidiana, in seguito al secolarismo diffuso e accettato spesso anche dai credenti, stenta a credere nell’esistenza di un progetto di Dio, di un disegno di salvezza predisposto dal Creatore nei confronti di tutte le creature.

Vi è poi un’opposizione accanita al disegno divino, un’opposizione che comincia con il "non serviam" dell’angelo ribelle, ma che continua nella storia, passando dal peccato di Adamo ed Eva a una serie di interventi storici che, soprattutto nell’epoca moderna, hanno acquisito proprio i connotati dell’opposizione organizzata, che non trascura nessun aspetto della vita umana per far diminuire il più possibile gli effetti di questo disegno di salvezza nella storia dell’umanità.

L’obiettivo ultimo di questa opposizione al progetto divino sono gli uomini nella loro concretezza esistenziale, le loro anime, la loro eternità.

L’odio, l’odio incomprensibile, misterioso, di cui parla san Paolo, il mysterium iniquitatis, muove questa opposizione al progetto di Dio. E’ l’odio che domina la volontà del capo degli angeli ribelli. Un tempo era più facile ascoltare frequenti riferimenti all'opera del demonio nella storia e forse, in alcuni casi, tale riferimento poteva diventare esagerato e fuori luogo, quasi un comodo alibi per trascurare lo sforzo umano per riflettere, cercare di capire, ragionare sui fatti. Al contrario, oggi si corre il rischio di rimanere sommersi da analisi che trascurano il quadro, i riferimenti ultimi, quei perché che rispondono alle grandi domande della vita, domande che molti uomini nel nostro tempo non vogliono più porsi né sentirsi porre.

Il matrimonio e la famiglia non potevano attraversare indenni la lunga stagione che, negli ultimi secoli, ha visto questo odio tentare di diventare cultura per distruggere una civiltà che, attraverso diverse istituzioni, proteggeva la persona, aiutandola a raggiungere il suo fine soprannaturale. Cercherò di descrivere brevemente le tappe storiche e le caratteristiche ideologiche principali di questa aggressione alla famiglia, e le conseguenti risposte del Magistero della Chiesa a tale drammatica sfida.

Il riferimento all’odio non turbi né spaventi. Esso è soltanto necessario per comprendere l’origine della "totale e intensissima avversione" (voce odio del vocabolario Zingarelli) verso il matrimonio e la famiglia che accompagna la storia occidentale degli ultimi secoli. Del resto, il termine rimanda al suo contrario, a quella parola così importante – tanto da poterla definire la Parola – che è amore, una parola tanto difficile da pronunciare perché oggi ricorda tutto tranne quello che autenticamente significa. Ma odio è il contrario dell’amore, è il rifiuto dell’opera di Dio che, con il matrimonio e con la famiglia, offre all’uomo la prima comunità nella quale sperimentare l’amore.

Un’altra breve premessa. Questa lotta fra l’odio e l’amore si svolge nella storia e si ripete nella storia personale di ciascuno di noi. Lo ricorda all’inizio il documento del Magistero forse più completo mai scritto a proposito della famiglia, l’esortazione apostolica Familiaris consortio: "La storia non è semplicemente un progresso necessario verso il meglio bensì un evento di libertà, e anzi un combattimento di libertà che si oppongono fra loro, cioè, secondo la nota espressione di s. Agostino, un conflitto fra due amori: l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé, e l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio" (n. 6).

Il matrimonio e la famiglia nella concezione del protestantesimo

Il matrimonio e la famiglia sono sempre esistiti, invece l’avversione organizzata nei loro confronti ha avuto un inizio nella storia. Per avversione organizzata non intendo un complotto, ossia la pianificazione a tavolino del tentativo di sopprimere questo istituto (che peraltro può essersi verificata in alcune forze organizzate), ma intendo identificare il periodo storico in cui il rifiuto del matrimonio cessa di essere la trasgressione di qualcuno per diventare il pensiero di molti; quando cioè nasce l’ideologia che giustifica un certo comportamento.

Dopo la crisi rinascimentale – una vera e propria rivoluzione culturale che tentò di mutare il concetto di persona trasmesso dalla tradizione cattolica e che naturalmente influenzò anche il costume, la vita delle famiglie – sarà il protestantesimo ad affrontare il tema del matrimonio in maniera radicalmente diversa dal magistero cattolico. Per Lutero, "il debito coniugale è una colpa, una colpa propriamente furiosa. Per l’ardore e il piacere che in esso si provano, non differisce per niente dall’adulterio o dalla fornicazione. Sarebbe conveniente non cadere in tale colpa, ma gli sposi non possono evitarla. Allora Dio non imputa loro questo peccato, per pura misericordia" (De votis monasticis Martini Lutheri judicium, ed. Weimar, Schriften, VIII, p. 654, 19-22, cit. in G. de Haro, p. 57).

Il problema di Lutero era la sua concezione radicalmente pessimistica della persona, la cui natura sarebbe stata totalmente corrotta dal peccato originale. Quindi, il matrimonio avrebbe potuto essere soltanto un rimedio alla concupiscenza perché, scrive l’iniziatore della Riforma, "il debito coniugale non si compie mai senza peccare, ma misericordiosamente Dio perdona questo peccato, giacché il matrimonio è opera sua; e attraverso questo peccato Egli mantiene tutto il bene che aveva incluso e benedetto nel matrimonio" (Vom ehelichen Leben, ed. Weimar, X-2, p. 304, cit. in G. de Haro, p. 57).

Per i riformati, il matrimonio non è un sacramento (M. Lutero, De captivitate Babylonica Ecclesiae praeludium (1510), ed. Weimar, Schriften IV, p. 527), non è indissolubile, non sarebbe neppure ordinato alla prole e all’educazione dei figli, non avrebbe come proprietà necessaria l’unità (cfr. de Haro, p. 58). Lutero, secondo il Dictonnaire de Theologie catholique (voce Marriage, col. 2226), arriva anche ad ammettere la poligamia.

E’ bene riflettere su come il protestantesimo rappresenti proprio un regresso circa la dottrina matrimoniale, se pensiamo che la Chiesa, con sant’Alberto Magno e con san Tommaso, aveva già affermato il carattere "buono" e virtuoso dell’atto coniugale, prescindendo per esempio da certe affermazioni contrarie di Pietro Lombardo [cfr. il Commento alle Sentenze (in IV Sent., dist. 41, a.3) di san Tommaso].

Comunque, la Chiesa risponde alla sfida protestante con uno degli atti principali della sua storia, il Concilio di Trento a cui si ispirerà il primo e unico catechismo universale della Chiesa prima di quello voluto da Giovanni Paolo II, anche questo dopo un Concilio, l’ultimo, il Vaticano II.

Con il decreto De sacramenti matrimoni, il Concilio di Trento ricorda l’istituzione divina del matrimonio e la sua elevazione a sacramento, che produce la grazia per aiutare i coniugi a perseguire la santità (cfr. Intr. 3 e 2). Il Concilio non si occupa solo di questo aspetto del matrimonio, ma per esempio ribadisce la potestà della Chiesa sul matrimonio, oltre a occuparsi dei matrimoni clandestini nel decreto Tametsi.

Se grande fu il contributo del Tridentino anche in tema di matrimonio, non bastò certamente a preservare il mondo cristiano da nuovi attacchi e nuove crisi. Attacchi e crisi che investirono un’Europa ormai divisa dalla Riforma, lacerata dalle guerre di religione e tuttavia pronta per una nuova stagione missionaria grazie anche alla riforma cattolica o Contro-Riforma, al fiorire di nuovi ordini religiosi contemplativi e attivi. I santi non abbandonano mai la Chiesa e i santi spesso, anche se non necessariamente, sono frutto anche della santità delle famiglie di provenienza.

Il laicismo contro la famiglia

Se la Riforma aveva come obiettivo principale della propria azione la Chiesa, la sua dottrina e in particolare il suo capo, il Pontefice, nei secoli successivi i problemi per la presenza della Chiesa vennero da un pensiero, a diverso titolo laicista, che aveva come obiettivo esplicito l’espulsione della religione dalla vita pubblica delle nazioni europee e che investì tanto i paesi cattolici quanto quelli diventati protestanti.

Cominciò il giusnaturalismo di Ugo Grozio (1583-1645), successivamente sistematizzato da Samuel Pufendorf (1632-1694), che ipotizzò l’esistenza di un diritto naturale anche se Dio non esistesse, un diritto fondato sull’uomo, che rompeva il rapporto di trascendenza sul quale si erano fino ad allora fondati i legami umani.

Era una vera e propria incursione nel cuore del sistema di pensiero e di vita che aveva Dio come origine, dal quale tutto dipendeva. Attaccato il fondamento, le verità cristiane nei diversi ambiti dell’esistenza vennero successivamente, una dopo l’altra, contestate e rifiutate. Del matrimonio si cominciò a mettere in discussione l’indissolubilità, perché poteva offendere il diritto alla felicità dei coniugi qualora l’amore fra i due fosse scomparso, ma poi si procedette ben oltre, fino ad arrivare al rifiuto del matrimonio in quanto legame esageratamente impegnativo (cfr. le Bras, col 2268). Il divorzio divenne una conquista imprescindibile, la volontà dei coniugi l’unica legge del matrimonio.

La Rivoluzione francese non fu soltanto l’occasione del cambiamento dell’istituto matrimoniale nella legge e nel costume, per esempio con l’introduzione del matrimonio civile in paesi a maggioranza cattolica, e poi anche del divorzio. Essa fu uno di quegli avvenimenti epocali che segnano la fine di una civiltà e l’inizio di un’altra fase della storia. Quest’ultima cambiò profondamente anche il modo di porsi dei cattolici di fronte ai problemi posti dal "mondo nuovo" nato dopo il 1789.

"Il problema che si poneva era in realtà arduo – ha scritto Garcìa de Haro -. Di fatto, già con la Riforma protestante e le guerre di religione, e successivamente con la diffusione delle idee del razionalismo illuministico, era crollata una situazione storica che per secoli aveva dominato l’occidente europeo: quella della cristianità, ossia delle società confessionalmente cattoliche dove Stato e Chiesa erano le due autorità da tutti riconosciute come supreme, eventualmente in conflitto su questioni singole ma in sostanziale accordo sui principi della vita umana e sociale. Per qualche secolo non si riuscirà a prendere coscienza della profondità del cambiamento avvenuto, e il residuo dell’idea medievale dei due poteri si riproporrà tramite i Concordati, regolanti i rapporti tra Stato e Chiesa, nuova formula adoperata per ricucire un accordo ormai fragile e dal fondamento incerto. Perché, in realtà, tutta la concezione dello Stato e dei suoi rapporti con la Chiesa era radicalmente cambiata, rendendo indispensabile una rifondazione adeguata dei loro rapporti, soprattutto dopo che – in alcuni Paesi d’Europa – lo Stato era tornato a perseguitare i cristiani in forme anche più dure di quanto non accadesse nei primi secoli della vita della Chiesa sotto l’Impero Romano" (p. 71).

La risposta del Magistero

Nel periodo successivo alla Rivoluzione francese, il Magistero continuò a ribadire alcune verità fondamentali circa il matrimonio, contestate dal pensiero moderno. In particolare, l’inseparabilità fra contratto e sacramento e quindi la competenza della Chiesa sul matrimonio fra battezzati, senza negare gli effetti civili delle nozze, e quindi la competenza dell’autorità temporale su questi effetti, ma affermando solennemente che "E’ dogma di fede che il matrimonio, il quale prima della venuta di Cristo non era che un contratto indissolubile, è divenuto dopo l’Incarnazione uno dei sette sacramenti della Legge evangelica […]. Ne segue che alla Chiesa sola, depositaria di tutto ciò che riguarda i sacramenti, compete ogni diritto e potere di determinare il valore di questo patto elevato all’altissima dignità di sacramento; e, di conseguenza, spetta solo alla Chiesa giudicare sulla validità o invalidità dei matrimoni" (Pio VI, Lettera Deessemus Nobis, 16 settembre 1788).

Nello stesso periodo, sempre Pio VI ricordava che anche il matrimonio fra non battezzati, benché non fosse un sacramento, non era semplicemente "un contratto meramente civile suscettibile di essere sciolto dall’autorità umana", "ma un contratto naturale istituito e ratificato dal diritto divino anteriormente a ogni società civile" (Pio VI, Lettera Litteris tuis, 11 luglio 1789).

Mano a mano che il processo di scristianizzazione della società procedeva, il Magistero rispondeva alla sfida argomentando sempre più in profondità le verità messe in discussione dalle ideologie, che ormai, nel corso del XIX secolo, avevano il favore degli Stati.

Ciò avvenne anche per matrimonio e famiglia. Si può ipotizzare, come fa Garcìa de Haro (p. 71), che il Magistero si sia attardato a difendere anche posizioni soltanto storiche, accanto a verità permanenti e fondamentali, così come viene ricordato nell’istruzione Donum veritatis della Congregazione per la Dottrina della Fede (n. 24).

Comunque è fuori di dubbio che una rivoluzione epocale non si svolge in pochi anni e le sue conseguenze possono essere comprese solo con il trascorrere del tempo.

Abituata a un regime di collaborazione con l’autorità temporale, la Chiesa tentò con i Concordati, nel corso del XIX e del XX secolo, di ricucire situazioni di difficoltà e di lacerazione nelle diverse nazioni europee. Con gli occhi di chi osserva l’accaduto parecchi decenni dopo, poté parere arroccarsi su posizioni storiche, comunque destinate a scomparire. E’ un aspetto di un problema complesso, che riguarda le caratteristiche, soprattutto culturali, della risposta cattolica all’instaurarsi della modernità nel corso del XIX secolo.

Comunque, la Chiesa (Leone XIII, enciclica Arcanum divinae sapientiae del 10 febbraio 1880) continuò a insegnare i fondamenti dell’istituto matrimoniale, ribadendo alcune verità, come la uguale dignità fra i coniugi, e anticipando quanto verrà particolarmente sottolineato dal Concilio Vaticano II, come il matrimonio sia la via principale della santificazione dei coniugi. La medesima preoccupazione di trasmettere e incitare alla pratica della verità sul matrimonio sta alla base dell’insegnamento dei papi del XX secolo, di Pio XI (1922-1939), con l’enciclica Casti connubi del 31 dicembre 1930, e del successore Pio XII (1939-1958), che tanti discorsi dedicherà al tema.

L’amore coniugale, che non era menzionato tra i fini del matrimonio nel Codice di Diritto canonico del 1917, già nella Casti connubii viene presentato come il principio formale e vivificante di tutto il matrimonio: "L’amore coniugale pervade i doveri tutti della vita coniugale e nel matrimonio cristiano tiene come il primato della nobiltà" (Casti connubii, n. 285).

Si anticipa così la costituzione del Concilio Vaticano II Gaudium et spes e in modo particolare la grandissima produzione magisteriale che Papa Giovanni Paolo II ha dedicato all’amore umano. La grandezza dell’amore coniugale agli occhi di Dio, vera e propria strada che può condurre alla santità, viene riproposta già dal card. Karol Wojtyla, in un libro che ha conosciuto un’ampia e meritata fortuna editoriale. "Si ritorna, così, – commenta de Haro – alla dottrina classica dell’amore come forma del matrimonio, che si trova, per esempio, in san Tommaso" (p. 86).

La rivolta contro il Magistero nel post-Concilio e l’esortazione apostolica Familiaris consortio

Come tutte le svolte epocali che necessitano un profondo cambiamento di atteggiamento, il Concilio Vaticano II non avvenne senza traumi. Detta così, l’affermazione non riesce a esprimere la drammaticità del fenomeno, che per esempio investì il Papa in occasione della pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae, nel 1968. Nel marzo 1963, Papa Giovanni XXIII aveva istituito una Commissione di studio per affrontare i temi relativi al matrimonio e alla famiglia, che aveva dato un parere favorevole al controllo artificiale delle nascite. Paolo VI lo ricorda nel n. 6 dell'Humanae vitae, ma non si fece condizionare dalla pur importante opinione, respingendola decisamente (n. 14 dell’enciclica) anche a costo di attirarsi una clamorosa contestazione, sia esterna sia interna alla Chiesa cattolica.

Il trascorrere del tempo e i ripetuti interventi del Magistero nel corso dei 35 anni successivi alla pubblicazione dell’Humanae vitae hanno contribuito a spegnere le contestazioni clamorose verso la posizione cattolica a proposito dell’accoglienza della vita, anche se ci sono valide ragioni per ritenere che sul punto rimanga un rifiuto più o meno espresso, anche all’interno del mondo cattolico.

In particolare, il Magistero di Giovanni Paolo II compirà uno sforzo significativo per rispondere all’affermazione contenuta nella Familiaris consortio (n. 75), "Il futuro del mondo e della Chiesa passa attraverso la famiglia". Oltre a quest’ultimo documento, un’esortazione apostolica successiva al V Sinodo dei vescovi tenuto a Roma nel 1980 proprio sul tema della famiglia, il Papa interverrà sul tema con le Catechesi sull’amore umano nel piano divino svolte nelle udienze generali del mercoledì dal 5 settembre 1979 al 28 novembre 1984 e con la Lettera alle famiglie del 2 febbraio 1994.

Conclusioni

Al termine di questo viaggio di alcuni secoli sulle vicissitudini relative alla famiglia, ritorno all’origine e alla radice del problema. Il matrimonio e la famiglia sono state attaccate da ideologie che avevano una errata concezione della persona, o perché impregnata di pessimismo o, al contrario, di un ottimismo buonistico.

Il lungo attacco portato contro la famiglia ha certamente fatto vacillare nel cuore e nell’intelligenza di molti la consapevolezza del ruolo e del significato della famiglia, ma ha anche costretto a ripensarne le caratteristiche originarie, superando luoghi comuni e soprattutto rimettendo l’amore coniugale a fondamento della cellula fondamentale della società: "La vocazione all’amore è ciò che fa dell’uomo essenzialmente l’immagine di Dio. Egli è immagine di Dio nella misura in cui può amare; diventa simile a Dio nella misura in cui diventa qualcuno che ama" [card. Joseph Ratzinger, Matrimonio e famiglia nel piano di Dio, in La "Familiaris consortio", Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1982, p. 78 (77-88)]

 

Indicazioni bibliografiche

Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano, Città Nuova-Libreria editrice Vaticana, Roma 1992
Sono profondamente debitore per questo intervento al libro di Ramòn Garcia de Haro, Matrimonio & famiglia nei documenti del Magistero. Corso di teologia matrimoniale, Ares, Milano 2000, 2 ed. aggiornata
Matrimonio e famiglia nel Magistero della Chiesa. I documenti dal Concilio di Firenze a Giovanni Paolo II, a cura di Piero Barbieri e Dionigi Tettamanzi, Massimo, Milano 1986.



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