Associazione Medici Cattolici Italiani

Sezione di Ferrara


 

4 febbraio 2001

Convegno organizzato dal Servizio di Accoglienza alla Vita di Ferrara
EUTANASIA. Quando la "buona morte" non ha niente di buono

Sala Estense - Ferrara


Introduzione del presidente ferrarese dell'AMCI e responsabile culturale del SAV
dott. Chiara Mantovani

Perché eutanasia?

 

Quando ci ritrovammo per decidere quale tema trattare nel nostro convegno annuale, l'argomento "eutanasia" fu subito accolto con naturalezza, come se ormai fosse arrivato, improrogabile, il momento giusto per cominciare a parlarne.
Perché la nostra società da tempo respira una cultura di morte, intesa, per dirla con mons. Caffarra, come un atteggiamento dell'intelletto che vede la morte a misura dell'uomo, degna dell'uomo. Non è strano allora che una associazione come il nostro Servizio di Accoglienza alla Vita, che si occupa di vita nascente, colga quanto pericolosa sia questa temibile alleanza con la morte che tende a disprezzare sempre di più la vita umana.
L'eutanasia è classificabile secondo diversi criteri: "passiva" o "attiva", "eugenetica" o "sociale".
"Passiva" e "attiva" sono termini che si riferiscono alla modalità: nel primo caso sospendere cure essenziali alla vita, nel secondo il somministrare sostanze o mettere in atto tecniche che causano direttamente la morte. "Eugenetica" e "sociale" invece sono termini che definiscono i motivi per cui si applicherebbe l'eutanasia: la prima (eugenetica) è riservata a neonati con gravi malformazioni (e di solito consisterebbe nella sospensione della nutrizione, dell'idratazione, delle cure solitamente effettuate); la seconda (sociale) sarebbe applicabile a malati terminali o anziani non autosufficienti, sulla base di una decisione non soggettiva, bensì presa da una "commissione" rappresentante la società gravata economicamente e/o psicologicamente dalla cura di queste persone.
Al di là di queste definizioni, che descrivono ciascuna solo un aspetto del tema, ancor oggi la enunciazione più esauriente e analitica di eutanasia è forse quella formulata dalla S. Congregazione per la Dottrina della Fede del 5 maggio 1980: "Per eutanasia s'intende un'azione o un'omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore". È bene fare chiarezza su alcuni punti: innanzitutto l'eutanasia si caratterizza per la volontà precisa di causare la morte. I motivi, per cui questa volontà di morte è messa in atto, possono essere sostanzialmente due: porre fine alle sofferenze (fisiche o psichiche) oppure porre fine ad una vita che si reputa senza senso o valore. Forse questa enunciazione rende meglio ragione del fatto che una associazione, che si fonda sulla ragionevole persuasione che la vita umana sia sempre un valore prezioso e intangibile, sia così sensibile all'insidia nascosta sotto la falsa pietà dell'eutanasia.
Dal processo di Norimberga emergono dati che parlano di oltre settantamila vie umane soppresse perché definite "prive di valore".
Se poi davvero è la sofferenza ciò che spaventa e non si riesce a tollerare (e tutto ciò è indubbiamente molto umano), la morte non può rappresentare la terapia: oppure è da ritenersi la terapia con la massima efficacia possibile per ogni sofferenza umana.
Pare importante separare l'eutanasia dalla richiesta, modernamente molto presente, della legittimità del suicidio, per i più articolati motivi. Questa infatti è una posizione intellettuale che è a monte, o forse a lato, della problematica deontologica dell'atteggiamento che la comunità medica curante deve assumere nei confronti della sofferenza e della patologia inguaribile.
Citando Albert Camus: "Esiste un solo problema veramente serio: il suicidio", e "Giudicare che la vita vale la spesa di essere vissuta o meno, è rispondere alla questione fondamentale della filosofia" (Il mito di Sisifo, Parigi 1965).
Rimanendo dunque nell'ambito bioetico, è bene ricordare alcuni punti fermi.
Nessun mezzo o atto che abbia come scopo unico quello di alleviare dolore e sofferenza, anche se come effetto secondario e non voluto avesse quello di abbreviare la vita, è da ritenersi eutanasia o contrario alla dignità umana. Anzi è doveroso non accanirsi nel proseguire cure mediche gravose, onerose per il paziente ed i familiari, qualora siano inutili ad un reale miglioramento della qualità della vita del paziente.
La dignità della persona umana esige che "egli giunga vivo alla morte" e che la morte sia accettata non come sconfitta terapeutica, ma come parte integrante ed ineludibile dell'esistenza terrena.Oltre agli aspetti medico-scientifici-etici che i relatori, con la loro straordinaria competenza, sapranno ben illustrare, a noi del SAV di Ferrara preme ricordare che: l'assenza di una dimensione trascendente della vita; la disperazione causata dalla perdita di senso ("L'uomo sa finalmente di essere solo, nell'immensità indifferente dell'Universo da cui è emerso per caso", Monod, Le hazard et la nécessité); l'aspetto tecnologico della medicina moderna e la sua disumanizzazione sono senza dubbio le radici di questa rinnovata spinta all'eliminazione della vita umana quando questa non piace più o non piace ancora.
Ma noi facciamo esperienza, ogni giorno, che condivisione, solidarietà e amore alla vita sono i presidi terapeutici più efficaci per restituire dignità ad ogni persona in difficoltà: tutto questo costa, e molto, in termini di risorse umane. Ma è l'unico prezzo degno di essere pagato per l'uomo, l'unico commisurato al suo valore.


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