Associazione Medici Cattolici Italiani

Sezione di Ferrara


 

4 febbraio 2001

Convegno organizzato dal Servizio di Accoglienza alla Vita di Ferrara
EUTANASIA. Quando la "buona morte" non ha niente di buono

Sala Estense - Ferrara


Relazione del professor Corrado Manni
Istituto di Anestesiologia e Rianimazione dell'Università del Sacro Cuore di Roma

 

Cari amici ferraresi, grazie per il gentile invito a partecipare a questo convegno per discutere, portare alcune considerazioni e riflessioni sul problema dell'eutanasia. Parlare per ultimo è sempre un po' difficile e soprattutto dopo i relatori che mi hanno preceduto diventa un'impresa certamente non facile. Se l'atteggiamento del medico di fronte alla persona morente è divenuto uno dei problemi più emergenti della medicina moderna, ciò è dovuto al fatto che la medicina consente oggi di modificare profondamente la naturale evoluzione della fase terminale della vita. In particolare la rianimazione ha conseguito risultati tali da indurre ad una ridefinizione dello stesso concetto di morte, aprendo nuove speranze per il recupero di molti pazienti in condizioni critiche, ad una vita degna di essere vissuta. La ventilazione meccanica, la nutrizione parentenaria totale, l'emodialisi, l'assistenza meccanica del circolo dei trapianti d'organo, permettono di mantenere in vita per mesi o anni pazienti prima destinati a morte sicura. Questa possibilità di controllare il divenire della morte, di ritardarla o anticiparla, di decidere e programmare il momento in cui termina la vita, propone interrogativi inediti che ancora attendono risposte esaurienti. L'obiettivo è quello di difendere la vita dell'uomo, rispettando la sua complessità psicosomatica e spirituale. Il rischio è quello di un tecnicismo che assoggetta l'uomo e lo riduce a mera espressione del proprio potere. Di fatto, la possibilità di ritardare con ogni mezzo e ad ogni costo il momento della morte, può facilitare e determinare un atteggiamento di accanimento terapeutico. Così come il desiderio di interrompere le sofferenze che inevitabilmente accompagnano le fasi terminali della vita può indurre ad una richiesta di eutanasia. Quanto detto ci lascia già intravvedere l'estrema complessità del problema e la difficoltà, anche per il medico più esperto, a fornire risposte esaurienti e soprattutto a proporre modelli operativi sufficienti per evitare in ogni caso scelte terapeutiche errate. Perché, è bene sottolinearlo subito, ed è stato già fatto dal collega Pagni, sia l'accanimento terapeutico che l'eutanasia contrastano con il Codice di Deontologia medica e con i fondamentali valori etici. Comunque, se vogliamo almeno tentare di fornire delle risposte chiarificatrici, ci è necessario soffermarci ad analizzare alcune delle possibili cause di una scelta terapeutica errata sia per eccesso che per difetto. Al primo dei motivi ho già accennato. Vale a dire il tecnicismo. Un medico, come sappiamo tutti, si avvale oggi di strumenti diagnostici e terapeutici sempre più efficienti, sicuri, maneggevoli. Questa disponibilità di mezzi comporta il rischio di un abuso, soprattutto quando il medico rivolge eccessiva ed esclusiva attenzione alla valutazione degli effetti della tecnica adottata, interrompendo il delicato rapporto che lo lega al paziente. Mi piace ricordare che la tecnologia assume valore finché rimane al servizio del paziente, diviene tecnicismo quando si limita a servire la scienza. L'accanimento terapeutico può essere inoltre favorito dall'attuale concezione organicista della medicina. In questi ultimi anni abbiamo assistito al proliferare i numerose discipline mediche specialistiche il cui interesse prevalente è rivolto allo studio di un singolo organo o apparato: oncologia, pneumologia, gastroenterologia, cardiologia, epatologia e molte altre ancora. Di fatto, molti medici hanno profondamente modificato la propria cultura, con il pericolo di diventare curatori di organi e non di organismi, come dovrebbe essere. Proprio per questo motivo dobbiamo sempre ricordare che il nostro dovere è quello di curare il malato e non la malattia. Il medico che riesce a mantenere un rapporto personale con il paziente difficilmente corre il rischio di prendere decisioni tali da configurare un atteggiamento di accanimento terapeutico. E' proprio il rapporto personale, infatti, che consente di evitare il ricorso a terapie sproporzionate, inutili o addirittura dannose. Un altro problema è quello del rifiuto della morte: non è raro osservare medici che ritengono che la morte dei propri pazienti sia espressione di un insuccesso terapeutico. Questa convinzione determina, più o meno coscientemente, un comportamento finalizzato a ritardare con tutti i mezzi possibili il momento del decesso. Ciò si verifica quando la morte è ritenuta, a torto, la complicanza finale di una patologia e non il naturale termine della vita. Tutti noi oggi sentiamo il bisogno di recuperare il significato vero della morte, un significato nascosto da modelli di vita eccessivamente materialisti ed edonistici. Un rifiuto della morte, che, è bene precisarlo, non appartiene solo al medico, ma anche e sempre più spesso, a tutti i cittadini. Stiamo assistendo ad una eccessiva medicalizzazione delle fasi terminali della vita: il morente viene quasi sempre ospedalizzato, allontanato dal suo ambiente e dagli affetti familiari. Il motivo apparente è quello di favorire le cure atte a salvare la vita, il motivo reale è, in molti casi, quello di evitare di rimanere coinvolti in un momento così doloroso. E' evidente che il rifiuto della morte può indurre all'accanimento terapeutico, così come il rifiuto della sofferenza può favorire una scelta di eutanasia. Fra le molteplici cause che possono alimentare l'accanimento terapeutico, vorrei anche ricordare la non corretta informazione scientifica da parte dei mass - media: titoli a effetto e continue notizie sulla scoperta di nuovi miracolosi farmaci creano l'illusione che oggi sia possibile guarire qualsiasi male. Di qui la principale e pressante richiesta di fare tutto il possibile, o meglio ancora, più del possibile. Da un lato il protagonismo di alcuni medici, dall'altro la ricerca dello scoop giornalistico, rendono sempre più frequente una disinformazione scientifica, causa di pericolosi malintesi. A volte sembra di assistere al trionfo della scienza: la realtà è che le nuove tecnologie biomediche stanno ancora muovendo i primi passi e la strada da percorrere è ancora lunga e piena di ostacoli da superare. Accendere false speranze diviene quasi un invito all'accanimento terapeutico; da qui il dovere di una maggiore prudenza nel diffondere notizie mediche, soprattutto quelle che riguardano malattie ancora inguaribili. Ritengo che questa breve analisi dei vari fattori che possono indurre all'accanimento terapeutico, sia sufficiente a quantificare il problema, che, certamente, non può essere sottovalutato. L'accanimento terapeutico, quale espressione di una errata prassi medica, dev'essere sempre rifiutato. Anche noi siamo contrari ad un processo di medicalizzazione delle fasi terminali della vita, che sempre più caratterizza la prassi esistenziale dei Paesi ad elevata tecnologia: un processo di medicalizzazione che inizia proprio con il principio d'ospedale e l'allontanamento dalla famiglia, verso un isolamento completo, alienante, privo di rapporti affettivi, totalmente spersonalizzante. L'uomo- paziente perde progressivamente la sua identità, è identificato e confuso con la sua malattia. A questo punto il momento della morte non è più accettato come naturale evoluzione del vivere, ma come complicanza di un evento patogeno e testimonianza di un insuccesso terapeutico. In pratica, possono manifestarsi tutti gli aspetti negativi di un rapporto che non è più medico- paziente, ma medico - malattia e questo rischio, non possiamo assolutamente nasconderlo, è tanto più elevato quanto maggiore è il ricorso a tecnologie biomediche avanzate. La terapia strumentale, finalizzata a sostituire completamente la funzione di un organo, ha insito il pericolo di un'attenzione esclusivamente rivolta al particolare, nascondendo al medico l'oggetto vero delle sue cure, che deve sempre rimanere l'uomo nella sua completezza psicofisica e spirituale. Se oggi noi affermiamo che è sempre possibile curare anche il malato inguaribile, detto anche "malato in progressione di malattia", è proprio perché sappiamo che è possibile avvalerci, in questi pazienti, delle più avanzate tecniche terapeutiche, senza ledere ulteriormente la dignità di una vita ormai giunta alle sue fasi conclusive. Il problema è quello di individuare e sperimentare prassi assistenziali specifiche per questo tipo di pazienti, i quali indubbiamente necessitano di cure diverse, ma certamente non meno efficaci di quelle rivolte a patologie guaribili. E, in tal senso, i progressi delle tecnologie biomediche aprono prospettive nuove e interessanti: anzitutto i progressi dell'elettronica e dell'informatica consentono oggi di utilizzare alcuni strumenti terapeutici anche al di là del tetto ospedaliero, aprendo nuovi confini alla cosiddetta "assistenza domiciliare" di cui tanto si parla per i suoi diversi vantaggi, ma che rimane purtroppo, nel nostro Paese, ancora una realtà circoscritta a non molte esperienze. A questo proposito desidero precisare però, al fine di evitare equivoci, che "assistenza domiciliare" non vuol dire disimpegno dei servizi socio-sanitari e affidamento del malato terminale alle sole cure dei familiari o di gruppi di volontariato; al contrario deve significare, a mio avviso, la possibilità di intervento medico qualificato anche al di fuori dell'ospedale, con mezzi idonei e competenze specifiche. Per realizzare un programma di questo tipo i problemi da risolvere sono di due ordini: il primo, di tipo organizzativo, pretende un diverso rapporto tra le molteplici componenti del Servizio Sanitario, vale a dire medico di famiglia, medico ospedaliero, assistente sociale e la realizzazione di strutture intermedie quale il Day - hospital, che avvicinano l'ospedale al territorio in cui esso opera. Il secondo è di tipo tecnico ed è relativo alla messa a punto di metodiche diagnostiche realizzabili con pari efficacia e sicurezza anche al di fuori dell'ospedale. Possiamo affermare con certezza che questo secondo aspetto relativo all'assistenza domiciliare, può essere ampiamente risolto dal progredire delle tecnologie biomediche. Basti pensare alle possibilità offerte dalla telemedicina, che consente il trasferimento a distanza di informazioni relative all'elettrocardiogramma e a molte indagini di laboratorio. In pratica, è possibile realizzare il monitoraggio delle principali culture biologiche, senza necessariamente "ospedalizzare" il paziente; e il medico di famiglia potrebbe avvalersi di consulenze specialistiche in tempi rapidi e senza sottoporre il paziente a gravosi e inutili spostamenti. Altro esempio è quello relativo all'automatizzazione dei sistemi di dialisi. Oggi l'elettronica ci offre la possibilità di programmare l'apparecchio della dialisi e di "informarlo", all'inizio del trattamento, dei nostri obiettivi terapeutici, vale a dire, quant'acqua deve essere rimossa e in quanto tempo, quale deve essere la durata del trattamento e il flusso di sangue determinato dalle pompe peristaltiche. Numerosi allarmi impediscono il verificarsi di complicanze legate al malfunzionamento della macchina e ne rendono possibile e sicuro l'uso, anche al di fuori dell'ospedale. Un'assistenza domiciliare qualificata è pertanto certamente possibile ed auspicabile. I vantaggi che ne deriverebbero, al paziente e alla collettività, sono tali da giustificare l'inevitabile iniziale impegno organizzativo: il paziente potrà continuare le proprie abitudini, potrà vivere nel suo ambiente, potrà godere degli affetti familiari... Nell'assistenza domiciliare è insito uno stretto legame tra l'ospedale, il paziente e la sua famiglia. Il malato non deve sentirsi dimesso, al contrario, dev'essere ben consapevole di andare a casa senza interrompere le cure che verranno continuate a domicilio, possibilmente dallo stesso gruppo di sanitari dell'ospedale, in collaborazione con il medico di famiglia. Ovviamente, quando la fase terminale della malattia raggiunge il momento dell'agonia, qualsiasi tentativo di terapia strumentale diviene ingiustificato e l'insistere configurerebbe un atteggiamento di accanimento terapeutico che non è tra i nostri obiettivi. Il problema si pone, a mio avviso, in questi termini: di fronte ad un ammalato di cancro in fase terminale, è opportuno praticare un trattamento eutanasico e abbreviare con la vita anche le inevitabili sofferenze, oppure resistere a questa tentazione e lasciare che la malattia faccia il suo corso, limitandosi a fornire al malato i sussidi palliativi e le terapie sintomatiche che le sue condizioni richiedono? Senza dubbio chi deve affrontare responsabilmente questo quesito non può trincerarsi dietro l'agnosticismo, né rinunziare a darsi un codice di comportamento ragionevole. Tuttavia, per rispondere all'interrogativo in oggetto bisogna tener conto che il quadro clinico che si ha di fronte ha delle situazioni obiettive da affrontare. Una considerazione obbligata è che l'evoluzione della malattia nelle sue fasi terminali non è generalmente graduale, bensì contrassegnata da molteplici episodi acuti, ognuno dei quali diventa il fattore ultimo e decisivo della morte. L'immagine del malato di cancro, tormentato da gravi sofferenze, corrisponde al vero, ma queste sofferenze si spiegano con il fatto che sono causate da complicazioni che avvengono in successione. Talvolta sono provocate da compressioni o più spesso da complicazioni intestinali, urinarie, epatiche, polmonari. Di fronte ad un ammalato che ha dolori per causa specifica, abbiamo l'obbligo di rimuovere la causa oppure lo lasceremo soffrire? E ancora, di fronte a un ammalato colpito da occlusione intestinale, che non può alimentarsi e che chiede di sollevarlo dalle sue sofferenze, possiamo rifiutarci di prendere in considerazione un'eventuale trattamento anche se esso risulterà esclusivamente sintomatico? La problematica clinica, quella che offre l'immagine dell'ammalato terminale è sintesi ed espressione di queste modificazioni non eludibili. Se l'ammalato terminale è oggi destinato ad una morte che avviene in breve tempo, ciò è dovuto al fatto che ancora oggi troppi aspetti della malattia sono, e rimarranno sconosciuti, fino a quando, attraverso incessanti tentativi, non sarà finalmente risolto questo capitolo della medicina. E non è affatto retorico ricordare che molte malattie hanno trovato la loro soluzione attraverso gli sforzi compiuti per dare soccorso agli ammalati terminali. Altra popolazione di pazienti per i quali si cerca di giustificare l'eventuale richiesta di eutanasia, è quella "geriatrica"; L'anziano che, ancora lucido, assiste alla perdita delle varie funzioni organiche, non preferisce, ad una tale misera condizione, una morte dignitosa? Nessuno, credo, se non interessato, è in condizione di dare una risposta veritiera e può darsi che alcuni siano davvero propensi a questa soluzione; Il compito della società, però, è quello di guardare a fondo anche nella "senectute", per cercare in essa spiragli per una differente valutazione. Certo, la vecchiaia è una condizione di estrema gravità perché ad essa non si sfugge e perché, dati i moderni mezzi di cura, sono sempre in maggior numero quelli che la raggiungono. Ne deriva quindi un onere che la società ha sempre maggior difficoltà ad assumersi. Di fronte al numero crescente di ammalati e alle loro esigenze la nostra civiltà si trova davanti a due strade opposte: o privilegiare i forti, assicurando loro i maggiori benefici ed emarginando i deboli, riportando i termini dell'esistenza verso forme di maggiore degradazione oppure a crescere gli sforzi per arrivare ad una diversa soluzione degli attuali problemi della salute. L'eutanasia, il controllo forzato delle nascite, ottenuto perfino con l'infanticidio e tante altre emarginazioni che purtroppo la vita moderna privilegia, dipendono dalla scelta di una di queste due strade. Vi è però l'alternativa: cioè la scelta della solidarietà con coloro che si trovano in maggiori difficoltà, come gli ammalati, i deboli, gli emarginati. Questa solidarietà si accompagna all'impegno per un ulteriore progresso scientifico che consenta di trovare la vera soluzione di fronte alle malattie croniche che tuttora affliggono l'umanità. Occorre una fede leale nella ricerca e impegnarsi per dare maggiore sostegno a quella che già oggi appare preminente nella strategia biomedica. Essa ha come obiettivo, non tanto quello di allungare la vita, quanto di prevenire l'inizio di innumerevoli malattie debilitanti. L'eutanasia non si colloca su questa linea, ma in quella di una resa. La vita, e questa è una considerazione che come medico riporto volentieri, nasce e si afferma in mezzo a sofferenze e rinunce, senza che per questo si possa giustificare l'uccisione di un essere, il quale anche cosciente, non è in condizioni di decidere serenamente della propria persona. Il concetto di eutanasia non può rientrare nei compiti del medico, né tentomeno in quello del rianimatore. In questo, per il modo di essere e di pensare, per l'esperienza e per l'educazione che ha ricevuto, non trova posto neppure un'attesa passiva della morte, anche se naturalmente egli non può, né deve imporre terapie che i pazienti non gradiscono o rifiutano. Quando il medico si accinge a prescrivere cure ad ammalati inguaribili o in fase terminale della vita, ha davanti a sé la visione che le grandi conquiste della medicina rappresentano molto spesso il risultato di tante piccole battaglie combattute, ma anche perdute; queste battaglie inoltre non aumentano, come taluni affermano, la sofferenza dei pazienti terminali. All'aggressione terapeutica del medico intensivista deve essere attribuito il giusto significato; quest'aggressione non è rivolta al malato, ma alla malattia; il suo obiettivo è quello di una pronta diagnosi per una terapia mirata ed efficace. Non esclude, al contrario facilita, l'attuazione di quei provvedimenti volti ad alleviare le sofferenze. La ventilazione meccanica, tanto per fare un esempio, correggendo la scarsezza di ossigeno nel malato che si trova in queste condizioni, elimina l'angosciosa sensazione di morte imminente, sempre presente nei pazienti con un'insufficienza respiratoria. Il fastidio fisico determinato dalla protesi respiratoria è del tutto insignificante se confrontato al beneficio conseguente all'abolizione della cosidetta "fame d'aria". Molti pazienti ben volentieri accettano di essere sottoposti a respirazione artificiale, anche di lunga durata, e nessuno di loro ha mai chiesto di essere disconnesso dal ventilatore meccanico. Altro esempio è quello dei pazienti con malattie neoplastiche inguaribili, che manifestano, come complicanza acuta un'insufficienza renale. La sindrome che progressivamente si instaura contribuisce ad aumentare ancor di più le sofferenze di questi pazienti. Un trattamento dialitico adeguato consentirà di attenuare o eliminare i sintomi presenti e renderà sopportabili i restanti giorni di vita. E' del tutto inammissibile e ingiustificabile, pertanto, astenersi dalla suddetta terapia per l'unico scopo di non prolungare una vita sofferente. Oggi la moderna tecnologia biomedica consente in molti casi di prolungare la vita del malato terminale, alleviando contemporaneamente le sofferenze. Non possiamo dimenticare inoltre che la medicina ha sufficienti mezzi per affrontare il dolore in tutte le sue forme. La terapia antalgica ha fatto, come diceva Pagni, enormi progressi e non esiste dolore che non passa, seppure parzialmente giovarsi di farmaci analgesici di eccezionale potenza. Felicissimo, anche nel nostro Paese, l'uso, finalmente legalizzato, degli "oppiacei" e di tecniche chirurgiche altamente selettive che offrono buoni e talvolta anche ottimi risultati. Gli attuali protocolli di analgesia consentono di far ben sopportare ai pazienti le tecniche terapeutiche e invasive indispensabili al sostegno delle funzioni vitali. Il nostro impegno contro l'eutanasia deve essere particolarmente forte proprio in questo momento, considerando che da più parti, come è stato ricordato, e a livello legislativo, sembrano emergere tendenze a favore dell'eutanasia, che si concretizzano nelle proposte di depenalizzazione e legalizzazione dell'eutanasia su richiesta, in un atto che comunque rimane riconosciuto quale reato. Questo Atteggiamento permissivo non ci deve sorprendere, considerando che in tutto il mondo occidentale si è diffusa una cultura della qualità della vita che troppo spesso diviene, nei fatti, cultura della morte. Se la qualità della vita diviene il valore primo di riferimento è evidente che la sua perdita per motivi economici, per malattia, per mutate condizioni sociali, rende insignificante e insopportabile la nostra esistenza. Al contrario la vita umana è degna di essere vissuta per se stessa, indipendentemente dal suo grado di qualità. Non esistono vite che non siano degne di essere vissute: la sofferenza, la malattia, l'invalidità, sono componenti naturali e inevitabili della corporeità dell'uomo. Noi abbiamo il dovere di prevenirle, di curarle, di combatterle, ma non abbiamo la libertà di visitarle a costo della vita. Certamente non è facile dare senso alla sofferenza così come non è facile sopportarla quando l'unico scopo della nostra esistenza è la ricerca del benessere. Solo una vera e propria rivoluzione culturale, che ci conduca fuori dal materialismo per riscoprire i valori fondamentali della nostra esistenza, sarà in grado di fermare una richiesta di eutanasia, che diviene sempre più pressante. A questo proposito vorrei ricordare le parole che nel '95 l'attuale Pontefice Giovanni Paolo II ha dedicato a questo capitolo nell'Evangelium Vitae, ove si legge: "l'amore ispira la cultura della vita, mentre l'egoismo ispira la cultura della morte". Cultura che è all'origine dell'aborto, della distruzione di embrioni e della stessa eutanasia. L'attuale pontefice ha sottolineato che una cultura autentica e rispettosa della persona e del suo vero bene non può prescindere dal difendere e promuovere la vita umana sempre, dallo sbocciare nel grembo della madre al suo naturale tramonto. Nell'ambito dell'attività medica non c'è posto per altre intese, le quali, sotto l'aspetto della pietà e di altre considerazioni umane, tentano di deviare l'arte medica dal suo naturale, nobile, compito. Naturalmente la nostra attività deve rispondere alle esigenze dei nostri ammalati, a sofferenze che frequentemente turbano molti di coloro che arrivano alle fasi terminali della malattia e che vanno nettamente combattute non per favorire una morte serena, ma per rendere l'ammalato ancora più partecipe della vita. Noi respingiamo l'eutanasia attiva o passiva, che rinuncia alla terapia, e per la quale il medico assume una posizione partecipe, diretta ad accelerare l'evento mortale. Però questa posizione deve essere costruttiva: davanti ad un ammalto sofferente, colpito da una malattia inguaribile, non basta dire no alla richiesta di morte, è necessario dire sì alle richieste di alleviare le sofferenze per ridare senso ad una vita che lentamente si sta spegnendo. Noi medici non possiamo rispondere alla richiesta di eutanasia semplicemente aprendoci ad essa, dobbiamo offrire le risposte operative, impegnandoci nella realizzazione di programmi assistenziali oggi possibili, che si propongono di curare il dolore e di migliorare quindi la qualità della vita. Ed è in questo contesto che si inseriscono, come ha ricordato Pagni, i programmi di cure palliative e di assistenza domiciliare. Non c'è dubbio, quindi, che i progressi della medicina, se, da un lato, hanno consentito una drastica riduzione della mortalità, dall'altro hanno contribuito a incrementare il numero e la durata di sopravvivenza di pazienti affetti da patologie ancora inguaribili. In ognuno di noi lo spettacolo della morte altrui suscita disagio perché ci riporta, a sua volta, il nostro destino. Nel medico a tutto ciò si aggiunge spesso un senso personale di sconfitta nei confronti delle proprie capacità. Anche il già citato riduzionismo alimenta questa concezione distorta, in quanto comporta la perdita d'identità del paziente che viene identificato e confuso con la sua malattia. In questa prospettiva la morte è ritenuta, a torto, la complicanza finale di una patologia e non il naturale termine della vita. In quest'ottica il malato, per il quale non esiste la possibilità di guarigione, viene considerato un malato "perso", non più meritevole di una vera e propria esistenza non solo sanitaria in senso stretto, ma anche morale. Nel curante, perduta ogni speranza di guarire il paziente, all'attenzione scientifica e professionale subentra un distacco, negando al paziente la fiducia e il sostegno spirituale, proprio quando egli, più che mai, ne avrebbe bisogno. Le informazioni sulle sue condizioni di salute divengono vaghe ed evasive, lo si evita, in fin dei conti, perché risveglia nel medico l'imbarazzo della propria impotenza e l'amarezza della propria sconfitta professionale. Recentemente anche il Comitato nazionale per la Bioetica ha sottolineato l'alto valore bioetico delle cure palliative: vi sono già dei documenti scritti, pubblicati e diffusi dal Comitato Nazionale della Bioetica. Ma adesso, come medico cristiano e cattolico, il primo imperativo morale è quello di servire la vita, di assisterla fino al suo compimento naturale. L'assistenza sanitaria al morente è un compito particolarmente importante e delicato, perché si tratta di far sì che anche nel morire, l'uomo possa riconoscersi come vivente. E per citare le parole del Santo Padre: "Mai come in prossimità della morte e nella morte stessa occorre celebrare ed esaltare la vita". L'atteggiamento davanti all'ammalato terminale è spesso il banco di prova del senso di giustizia e di verità, della nobiltà d'animo, della responsabilità e della capacità degli operatori sanitari, a cominciare dai medici. Aiutare una persona a morire significa aiutarla a vivere intensamente l'esperienza ultima della sua vita e ciò si realizza attraverso una presenza amorevole, per realizzare accanto al malato una presenza , che senza illuderlo, lo faccia sentire vivo, perché destinatario, come qualsiasi uomo e più di ogni altro, in questa circostanza, di attenzioni e di premure. Questa presenza attenta e premurosa deve infondere fiducia e speranza all'ammalato e riconciliarlo con la morte; è evidente che per essere realmente in grado di infondere fiducia e speranza, l'operatore sanitario debba essere il primo a far suoi questi valori e a non soccombere allo scoraggiamento e all'egoismo, a saper cogliere la dimensione umana e trascendente delle sofferenze fisiche del malato e del dramma psicologico e spirituale, del distacco che il morire significa e comporta; compiti, questi, non facili. Non possiamo negare che davanti al mistero della morte si rimane impotenti, vacillano le umane certezze, ma è proprio di fronte a questo che la fede cristiana si propone come sorgente di serenità e di pace. Ciò che sembrava senza significato acquista senso e valore e, nell'dempimento di questo compito, la testimonianza di fede e di speranza in Cristo dell'operatore sanitario, acquista un ruolo determinante. Realizzare una presenza di fede e di speranza è, per l'operatore sanitario, la più alta forma di umanizzazione del morire.

(non rivisto dal relatore)


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